Archive for the storie Category

Certe notti

Posted in storie on 29 novembre, 2008 by Tiziana

Certe notti, quelle che non c’è verso di dormire, tengo gli occhi stretti e cerco di non pensare.
E quando cerco di non pensare, penso. Di più.

Ecco, l’altra notte pensavo che in un mondo ideale, se non riuscivo a dormire, avrei allungato un braccio e abbracciato il mio amore. E l’avrei guardato dormire.

Certe notti sono così lunghe che la mattina saluto l’alba con liberazione. Sono le uniche volte che sorrido alla sveglia. Almeno è passata. Poi mi guardo allo specchio, vedo le occhiaie e penso che non è il giorno migliore per farmi vedere in giro.

Fa piacere, quei giorni, sentirsi poi dire che le occhiaie aggiungono qualcosa, fascino, profondità, al tuo viso. Ecco, gli avrei dato un bacio per aver detto questo, ma non si fa. E ho sorriso.

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Cinema Universale

Posted in cinema, Firenze, storie on 18 novembre, 2008 by Tiziana

San Frediano, a cavallo tra gli anni 70 e 80, un cinema d’essai che faceva di media 300 spettatori a sera. Stamani alla radio parlavano del cinema Universale di Firenze. Non lo avevo mai sentito nominare, ma la storia mi ha affascinato.

La particolarità non erano i film – colti, sperimentali, d’autore – ma i personaggi in sala. In un botta e risposta tra platea e film sullo schermo gli spettatori interagivano molto ‘fiorentinamente’ con il film, la platea era rumorosa e seguire il film non era lo scopo principale. Pare che una volta qualcuno sia entrato in sala con la Vespa, e che il botta e risposta tra pubblico, cassiera e maschere fosse il succo dello spettacolo.
Raccontavano che alla domanda ‘ma che si fa stasera?’ fosse normale rispondere ‘ma, si va all’Universale!’
Il 12 novembre al Verdi di Firenze hanno presentato il documentario su quel cinema. Se fossi stata in Italia sarei certamente andata a vederlo.

On the road

Posted in Ghana, storie, viaggiare on 13 luglio, 2008 by Tiziana

Il Ghana e le strade.

La strada che da Accra porta a Beyin corre lungo la costa in direzione ovest, verso la Costa d’Avorio.
L’ultima volta che la feci era piena di buche, anzi direi che le buche erano circondate da un po’ di strada.
Frenare, evitare la buca (profonda!), ripartire zig-zagando, questo per circa sette ore, e alla fine si arrivava a Beyin.
Ora quasi tutta la strada è stata ben asfaltata, le macchine viaggiano veloci e mi dicono che gli incidenti d’auto siano all’ordine del giorno.
Dopo aver visto i sorpassi in curva, su dossi, alla cieca, ed i camion ribaltati ai lati della strada, non ho difficoltà a crederci.

La strada e i commerci

Le strade sono soprattutto luoghi di commerci: a chi viaggia si vendono frutta, verdura, dolci, gamberoni o piccoli animali cacciati nel bush come antilopine o grasscutters (grossi toponi edibili, pare).
In ogni centro abitato, i lati della strada diventano luogo di mostra e vendita di ogni tipo di oggetti, mobili, frigoriferi, computers e…. bare.

digressione: il Ghana e le bare
In Ghana i funerali sono eventi che mobilitano interi villaggi e le bare spesso riflettono il mestiere, i vizi o gli interessi del defunto.
Capita così di vedere bare a forma di banana (coltivatore), scarpa (calzolaio) o automobile (taxista) portate solennemente in processione.
E pare che adesso faccia molto figo quella a forma di telefonino, con tanto di antenna!

(to be continued)

Ghana

Posted in Ghana, storie, viaggiare on 10 luglio, 2008 by Tiziana

Appunti sparsi.

Accra
Torno dopo sei anni e qualcosa è cambiato. Da principio non so spiegarmi cosa, è più una sensazione che delle osservazioni precise.
Poi comincio a dargli forma: più negozi e meno mercati, più edifici “moderni”, un mega centro commerciale, meno commerci informali per le strade, più auto private.
Le canalette delle fogne invece sono sempre a cielo aperto, e l’odore è lo stesso di sei anni fa. Alloggio nel quartiere di Osu e la via principale del quartiere si chiama Oxford Street. C’è un po’ meno Africa e più Europa qui: locali aria-condizionati frequentati da stranieri e Ghanesi ben pasciuti, sushi bar dal design raffinato, quel genere di cose.
Forse la volta scorsa ero stata in quartieri più popolari, o forse davvero qualcosa è cambiato.

Ora che ci penso… anche la moneta è diversa e non c’è più bisogno di girare con borse di plastica piene (letteralmente) di soldi per pagare il conto del ristorante. Sei anni fa si pagavano conti da 100000 cedis con banconote da 1000 o 5000 cedis. E si passava mezz’ora a contare centinaia di banconote, tipicamente aiutandosi in 3-4 persone, quando si usciva dall’ufficio di cambio.

Venendo dall’Inghilterra noto cose che la volta scorsa non avevo notato: l’impronta coloniale che si mantiene nei prodotti in vendita. Pasticcerie che producono chelsea buns e fruit loafs come si trovano nei banchi di Londra, zucchero della stessa marca che compro al supermercato sotto casa, Barclays onnipresente (e unica).

Poi al momento di pagare il conto dell’albergo, una scena molto africana.
Chiediamo la fattura con l’IVA. Panico tra i tre ragazzi della reception. Estraggono il blocco delle fatture e cominciano a discutere, presumibilmente di moltiplicazioni e percentuali.
Compare una calcolatrice gigante, uno di loro, sudato, si allontana e si va a sdraiare su un divano. Gli altri continuano a fare conti che evidentemente non tornano. Telefonano, forse per chiedere aiuto.
Alla fine, venti minuti e svariati litri di sudore dopo, producono la fattura.
Possiamo partire per Beyin.

(to be continued….)

Soy Cuba /1

Posted in Cuba, storie, viaggiare on 22 aprile, 2008 by Tiziana

Antonio.
Settantenne manovale di Santiago, esce dall’ufficio postale con il guiro sotto braccio e ci conquista con la sua vivacità caraibica – la gestualità, il sorriso – e la sua incredibile cultura, passando dalla Vergine delle Rocce a Paco de Lucia, dalla poesia cubana a Garcia Lorca. Antonio guarda al futuro, vuole visitare l’Europa e lo dice con la naturalezza con cui lo direbbe un ventenne curioso. La mattina successiva è in piazza con gli amici a suonare, bello nella sua camicia arancio, il sorriso largo e l’immancabile guiro.

La ragazza a cui piace l’informatica.
Sulla strada per Bayamo diamo un passaggio ad una ragazza.
Lei, mi sfugge il suo nome, è una ragazzina di venti anni, minuta, occhi acuti e intelligenti. Sulla strada per casa ci parla con orgoglio di sua figlia di un anno, del suo impegno a tempo pieno verso di lei, degli studi interrotti un anno prima del’università. Le piace l’informatica e vorrebbe ricominciare a studiare, magari a settembre. La portiamo a casa per una strada sterrata in mezzo ai campi, si scusa per la povertà e ci invita ad entrare per farci vedere la bambina. Sa esattamente quale è la sua condizione, sa che vorrebbe altro – studiare, avere una vita diversa – e le stride negli occhi il contrasto con quello che ha intorno.

Il tassista dell’Havana.

“Dice” che Fidel abbia cinque case, “dice” che si sposti dall’una all’altra, “dice” che la sua malattia l’abbia trascorsa in una delle case, o forse altrove. Pare che quello che riguarda Fidel sia tutto un “dice”: le condizioni di salute negli ultimi due anni, gli incontri con Chavez e altri statisti.
Di lui non si sa quasi nulla, le notizie estere non circolano, la stampa estera non arriva, eppure “loro” sanno dove chiunque passi ogni singola giornata.
Sulla strada per la villa di Hemingway alla periferia est dell’Havana, il tassista ci parla di come a Cuba si viva nel passato. Gli stessi personaggi al potere dagli anni cinquanta, il sogno della rivoluzione diventato mantenimento del potere politico, la mancanza di una nuova generazione in grado di guidare il paese dopo l’imminente scomparsa della vecchia guardia.
In una libreria del centro fotografo il banco delle “novedades”: scritti di Fidel, una biografia di Lenin, un epistolario degli anni quaranta. Non è difficile dargli ragione.

Ma la gente, che fa?

Seduti nelle piazze, a passeggio senza fretta, chiacchierando per le strade, ma – apparentemente – non a lavorare.
Enzo, trasferito a Cuba dalla Toscana, dice che la gente è a spasso perché fondamentalmente non c’è economia. Anche avendo soldi, non c’è come spenderli: i cubani non possono acquistare una macchina o una casa, per dire.
L’economia – ci sia o non ci sia – è comunque a doppio binario: esistono due monete che viaggiano parallele, il CUC, parificato al dollaro, e la Moneda Nacional – il peso cubano – con cui i cubani vengono normalmente pagati.
Un medico o un insegnante ricevono circa 400 pesos cubani al mese, 20 dollari. Se vogliono andare a cena in un ristorante o comprarsi dei vestiti, devono pagare in CUC, diciamo 8 CUC per una cena economica o 5 CUC per una maglietta. Viceversa, l’affitto della casa, l’acqua e la bolletta della luce, non arrivano insieme a 5 CUC al mese, perchè si pagano in Moneda Nacional. Quello che succede è che, chi non ha entrate in CUC, è in condizioni di dignitosa sussistenza.
Conseguentemente la società si divide in “poveri mortali”, che vivono in moneda nacional, “chi se la passa bene”, avendo a che fare con i turisti e quindi ricevendo entrate in CUC e i “privilegiati”, funzionari governativi e rappresentanti dell’elite politica che, oltre a non avere problemi con i CUC, dispongono di libertà individuali – possibilità di viaggiare a piacimento, per esempio – inaccessibili agli altri.
Va da se che chi può ed ha inventiva, lasci l’impiego da medico o insegnante e vada a fare il tassista o il micro albergatore.

…. continua

Night

Posted in storie on 9 febbraio, 2008 by Tiziana

Così… un esperimento.

Si, lo so che non si legge niente.
Il testo comunque era questo:


Metto gli stivali, cappotto sulle spalle.

Esco per una passeggiata notturna.

Depositi del gas…
stranamente romantici.
Decadenza e bellezza, credo.

Cammino lungo la riva.
Gennaio, nessuno intorno.
Mi chiedo che effetto faccia essere inghiottiti dal mare.

Suoni e fiori elettrici mi attirano sotto il ponte della ferrovia.
Un crepitante cuore solitario riscalda anime disorientate.

Fissità, la solita fissità dell’ultima dose di psicotox.
Non ti puoi muovere, ma il cervello ancora registra ogni singolo dato, ogni singolo respiro…

E visioni, ognuno perso nel suo incubo.

Tutto comincia a confondersi.
Che strano, era così chiara stanotte….

La vera storia del gemello di Babbo Natale

Posted in Firenze, natale, storie on 3 gennaio, 2008 by Tiziana

Dunque, tanto per chiarire, sì, Babbo Natale ha un gemello.

Stessa barba, stesse sopracciglia… lui però niente giacchetta rossa.
Accento nordico, non esattamente lappone, piuttosto tedesco.
Lo incontriamo un sabato sera in Piazza della Passera, a Firenze, seduto a uno dei tavoli all’aperto (deserti, ma lui si sa, è nordico).

Accento tedesco, dicevo… per parte di padre. Ci confessa in esclusiva che la mamma era ucraina. Non parla mai dell’illustre gemello. Antichi dissapori? Chissà…
Da quaranta anni in Italia, ci racconta storie sconosciute ai più.
Tipo: lo sapevate voi perchè i carabinieri usano le Alfa Romeo? Pare che nella storia sia coinvolta una nobildonna senza eredi e dei carburatori Weber.
Conoscitore di musica e filosofia, si interessa di politica e, notiziona, pare che non sopporti il Tappo di Arcore!

Ci lasciamo solo dopo avergli fatto confessare la sua segreta parentela con il più noto dispensatore di doni.

Salvo rivederlo, la sera di Santo Stefano, intervistato al tg della sera sotto le mentite spoglie di un madonnaro alla mensa dei poveri.

Montagne

Posted in donne, storie, Tiziana on 1 gennaio, 2008 by Tiziana

Quelle della notte: quando cammini in un sentiero innevato nel bosco, sotto le stelle, fino a un lago ghiacciato. E le stelle sono luminosissime e vicine, il bosco silenzioso, l’aria pungente. Solo il “crac crac” della neve sotto i passi e, ogni tanto, le nostre risate.

Quelle del giorno dopo: quando ti svegli dopo aver fatto tardi e pensi, no oggi non mi alzo nemmeno per idea, poi vedi il sole, senti l’odore del caffè che delle anime buone hanno già preparato in cucina… allora ti convinci, ti trucchi da sciatrice e parti. Poi c’è il sole, le piste quasi deserte del primo dell’anno, il vento sulla faccia e degli amici con cui dividere tutto questo e ti senti felice.

Quelle che poi lasci di corsa perchè tre ore dopo ti parte l’aereo… giacché noi super-eroi si vola direttamente dalle piste da sci a quelle degli aeroporti e in un battibaleno ci si ritrova nella stanza con la moquette di 10 giorni prima a ripensare a dove si era fino a poche ore fa.

Con un computer sulle ginocchia e qualche muscolo felicemente stanco.