Archive for the viaggiare Category

On the road

Posted in Ghana, storie, viaggiare on 13 luglio, 2008 by Tiziana

Il Ghana e le strade.

La strada che da Accra porta a Beyin corre lungo la costa in direzione ovest, verso la Costa d’Avorio.
L’ultima volta che la feci era piena di buche, anzi direi che le buche erano circondate da un po’ di strada.
Frenare, evitare la buca (profonda!), ripartire zig-zagando, questo per circa sette ore, e alla fine si arrivava a Beyin.
Ora quasi tutta la strada è stata ben asfaltata, le macchine viaggiano veloci e mi dicono che gli incidenti d’auto siano all’ordine del giorno.
Dopo aver visto i sorpassi in curva, su dossi, alla cieca, ed i camion ribaltati ai lati della strada, non ho difficoltà a crederci.

La strada e i commerci

Le strade sono soprattutto luoghi di commerci: a chi viaggia si vendono frutta, verdura, dolci, gamberoni o piccoli animali cacciati nel bush come antilopine o grasscutters (grossi toponi edibili, pare).
In ogni centro abitato, i lati della strada diventano luogo di mostra e vendita di ogni tipo di oggetti, mobili, frigoriferi, computers e…. bare.

digressione: il Ghana e le bare
In Ghana i funerali sono eventi che mobilitano interi villaggi e le bare spesso riflettono il mestiere, i vizi o gli interessi del defunto.
Capita così di vedere bare a forma di banana (coltivatore), scarpa (calzolaio) o automobile (taxista) portate solennemente in processione.
E pare che adesso faccia molto figo quella a forma di telefonino, con tanto di antenna!

(to be continued)

Pubblicità

Ghana

Posted in Ghana, storie, viaggiare on 10 luglio, 2008 by Tiziana

Appunti sparsi.

Accra
Torno dopo sei anni e qualcosa è cambiato. Da principio non so spiegarmi cosa, è più una sensazione che delle osservazioni precise.
Poi comincio a dargli forma: più negozi e meno mercati, più edifici “moderni”, un mega centro commerciale, meno commerci informali per le strade, più auto private.
Le canalette delle fogne invece sono sempre a cielo aperto, e l’odore è lo stesso di sei anni fa. Alloggio nel quartiere di Osu e la via principale del quartiere si chiama Oxford Street. C’è un po’ meno Africa e più Europa qui: locali aria-condizionati frequentati da stranieri e Ghanesi ben pasciuti, sushi bar dal design raffinato, quel genere di cose.
Forse la volta scorsa ero stata in quartieri più popolari, o forse davvero qualcosa è cambiato.

Ora che ci penso… anche la moneta è diversa e non c’è più bisogno di girare con borse di plastica piene (letteralmente) di soldi per pagare il conto del ristorante. Sei anni fa si pagavano conti da 100000 cedis con banconote da 1000 o 5000 cedis. E si passava mezz’ora a contare centinaia di banconote, tipicamente aiutandosi in 3-4 persone, quando si usciva dall’ufficio di cambio.

Venendo dall’Inghilterra noto cose che la volta scorsa non avevo notato: l’impronta coloniale che si mantiene nei prodotti in vendita. Pasticcerie che producono chelsea buns e fruit loafs come si trovano nei banchi di Londra, zucchero della stessa marca che compro al supermercato sotto casa, Barclays onnipresente (e unica).

Poi al momento di pagare il conto dell’albergo, una scena molto africana.
Chiediamo la fattura con l’IVA. Panico tra i tre ragazzi della reception. Estraggono il blocco delle fatture e cominciano a discutere, presumibilmente di moltiplicazioni e percentuali.
Compare una calcolatrice gigante, uno di loro, sudato, si allontana e si va a sdraiare su un divano. Gli altri continuano a fare conti che evidentemente non tornano. Telefonano, forse per chiedere aiuto.
Alla fine, venti minuti e svariati litri di sudore dopo, producono la fattura.
Possiamo partire per Beyin.

(to be continued….)

C’ era una volta in Africa

Posted in viaggiare with tags , , on 22 giugno, 2008 by Tiziana

E, dopo sei anni, speriamo ci sia ancora!

Sto parlando del mio forte preferito, Fort Apollonia, che dopo sei anni e svariate peripezie principalmente burocratiche, finalmente sto per rivedere.

Il forte diventerà un museo etnologico e del territorio, ma anche un centro comunitario dove gli artigiani potranno produrre, esporre e vendere i loro prodotti. E ci sarà anche un (credo ottimo, vista la ricchezza culinaria), ristorantino.
Il tutto in un forte inglese del ‘700 adagiato sulla spiaggia di fronte all’oceano.
Suona bene, vero?

Prima che tutte queste belle cose succedano il forte va però restaurato, ed ecco che qui arriva il mio contributo.
Intanto vediamo come sta a sei anni di distanza dalla prima visita, poi aggiorniamo il progetto di restauro e speriamo di essere pronti a iniziare i lavori tra pochi mesi, appena finisce la stagione delle piogge.

Il posto è fantastico, il turismo di massa qui non esiste, la ricchezza culturale è incredibile, ma data la povertà della zona, il rischio è che questi luoghi vengano abbandonati per mancanza di lavoro a favore delle città.
Valorizzare le ricchezze culturali e favorire la produzione di reddito in zone rurali – tramite un turismo culturalmente responsabile e la valorizzazione dell’ artigianato – dovrebbe aiutare a mantenere vive queste aree peraltro bellissime.

Insomma, sabato si parte, sistemati visti e vaccini vari, Africa arrivooooo……

Weird Britain

Posted in arte, surreale, Uncategorized, viaggiare on 5 Maggio, 2008 by Tiziana

Dungeness
Avanguardia artistica, capanne di pescatori e una centrale nucleare su una straniante distesa di ghiaia.

Si arriva a Dungeness da una strada che taglia una zona molto verde, la Romney Marsh, piena di piccoli corsi d’acqua, con fienili in mattoni e tante pecore.
Poi improvvisamente il paesaggio cambia e la strada si allunga su una distesa di ghiaia senza fine, “shingle”, lunare.
Sulla sinistra il mare rimane nascosto dalle dune di ghiaia, con pescherecci tirati in secca, relitti, macchinari mangiati dalla ruggine, capanni cadenti di pescatori.
Sulla strada si alternano cottages di legno scuro e finestre rosse, gialle, e roulottes di acciaio a forma di uovo spaziale.
Vari tipi di cespugli spinosi hanno colori vivaci ed emettono odori pungenti o dolci… dipende.

Derek Jarman, uno scultore e regista d’avanguardia, trascorse qui gli ultimi anni prima di morire.
Il suo cottage nero e giallo è circondato dalle sculture fatte con quello che il mare lasciava sulla riva. Immagino la cura amorevole con cui gli amici e vicini si prendano tuttora cura delle opere, così fragili e soggette alle bizze del tempo, senz’altro inclemente.
Alcune ironiche, sarcastiche, totemiche, altre semplicemente poetiche, completano l’aria surreale del posto.
Sullo sfondo dei cottages, due fari e due centrali nucleari, grigie ed incombenti.

Cammino verso il mare e discendo le dune di ghiaia.
La bassa marea lascia umida una larga striscia di sabbia, mi guardo indietro, verso terra, e vedo i pescherecci sulla cima della collina di ghiaia.
Mi mangio le mani per non aver portato la macchina fotografica con me. E’ un luogo che sento di amare all’istante, desolato, lontano, deserto e bellissimo.

Soy Cuba/3

Posted in Cuba, viaggiare on 27 aprile, 2008 by Tiziana

Mojito
Ricetta rubata guardando il barista della Pasteleria Francesa, la Havana.

Ingredienti:
rum
zucchero
limonata frizzante
menta fresca
ghiaccio

Preparazione:
In un bicchiere da whiskey mettere 2 cucchiaini di zucchero sul fondo, poche foglioline di menta (2 o 3) e un dito di limonata.
Pestare appena con un pestello di legno, aggiungere ancora limonata e un bel rametto di menta e pestare energicamente un po’ più a lungo di prima.
Aggiungere qualche cubetto di ghiaccio e versare il rum fino a riempire il bicchiere.
Aggiungere un ramettino piccolo di menta a guarnizione e un paio di cannucce.
(Sì, perché il divertimento è rimestare il mojito con la cannuccia, prendendosela comoda!)

disclaimer: questo post è stato scritto sotto l’ effetto della suddetta bevanda… siate comprensivi in caso di errori!

Soy Cuba/2

Posted in Cuba, politica, Uncategorized, viaggiare on 27 aprile, 2008 by Tiziana

Socialismo ed esclusione.

Le spiagge dei cayos sono esclusivamente per i turisti.
Mi spiego meglio: le isole di fronte alla costa nord di Cuba sono proibite ai cubani e la polizia controlla i passaporti come se fosse una barriera doganale.
E in un certo senso lo è, visto che dopo averla passata non sembra più nemmeno di essere a Cuba: la lingua ufficiale magicamente diventa l’inglese, tanto che anche il personale locale – visto che camerieri, giardinieri o facchini sono i soli cubani a cui è permesso entrare – risponde in inglese se ci si rivolge loro in spagnolo.
La clientela è soprattutto canadese ed, in piccola parte, europea. Scambio un paio di parole con dei ragazzoni canadesi e una luce di interesse si accende nei loro occhi quando dico loro che siamo di ritorno da un giro di 2000km attorno all’isola. Non sono assolutamente degli stupidi, magari è solo gente che scappa dai -20° di Montreal, ma mi pare comunque incomprensibile che della gente desideri passare 10 giorni a Cuba e …. NON VEDERE CUBA!

Socialismo dicevo… Ci sono ovviamente delle spiegazioni per questa scelta politica e -soprattutto- economica.
Dicendola in parole povere, Fidel si è ritrovato improvvissamente con le chiappe per terra dopo la caduta dell’ URSS. Chiusa la principale fonte di scambi commerciali e denaro, per dieci anni Cuba si è dovuta re-inventare un’economia dal nulla. Trovare nuovi partners commerciali, intessere nuove alleanze politiche e, soprattutto, aprirsi al turismo per garantirsi un flusso di denaro sufficiente a mandare avanti la baracca.
Ok, fino a qui ci siamo.
Ma perchè escludere la popolazione da una parte non trascurabile di territorio in un paese che si dice socialista? Propongo due possibili ragioni: per nascondere i lussi dei resorts a una popolazione che vive dignitosamente ma in povertà, e quindi cercare di prevenire rivendicazioni da una popolazione assetata di benessere, gadgets e comodità. Secondo, venire incontro a probabili richieste delle compagnie estere che investono sui resorts e che vogliono garantire vacanze senza rischi, scocciature o anche solo incognite ai propri clienti… boh, mi pare più plausibile la prima spiegazione.
Fatto sta che chi ha lottato per la rivoluzione si rivolterebbe nella tomba se vedesse.

Soy Cuba /1

Posted in Cuba, storie, viaggiare on 22 aprile, 2008 by Tiziana

Antonio.
Settantenne manovale di Santiago, esce dall’ufficio postale con il guiro sotto braccio e ci conquista con la sua vivacità caraibica – la gestualità, il sorriso – e la sua incredibile cultura, passando dalla Vergine delle Rocce a Paco de Lucia, dalla poesia cubana a Garcia Lorca. Antonio guarda al futuro, vuole visitare l’Europa e lo dice con la naturalezza con cui lo direbbe un ventenne curioso. La mattina successiva è in piazza con gli amici a suonare, bello nella sua camicia arancio, il sorriso largo e l’immancabile guiro.

La ragazza a cui piace l’informatica.
Sulla strada per Bayamo diamo un passaggio ad una ragazza.
Lei, mi sfugge il suo nome, è una ragazzina di venti anni, minuta, occhi acuti e intelligenti. Sulla strada per casa ci parla con orgoglio di sua figlia di un anno, del suo impegno a tempo pieno verso di lei, degli studi interrotti un anno prima del’università. Le piace l’informatica e vorrebbe ricominciare a studiare, magari a settembre. La portiamo a casa per una strada sterrata in mezzo ai campi, si scusa per la povertà e ci invita ad entrare per farci vedere la bambina. Sa esattamente quale è la sua condizione, sa che vorrebbe altro – studiare, avere una vita diversa – e le stride negli occhi il contrasto con quello che ha intorno.

Il tassista dell’Havana.

“Dice” che Fidel abbia cinque case, “dice” che si sposti dall’una all’altra, “dice” che la sua malattia l’abbia trascorsa in una delle case, o forse altrove. Pare che quello che riguarda Fidel sia tutto un “dice”: le condizioni di salute negli ultimi due anni, gli incontri con Chavez e altri statisti.
Di lui non si sa quasi nulla, le notizie estere non circolano, la stampa estera non arriva, eppure “loro” sanno dove chiunque passi ogni singola giornata.
Sulla strada per la villa di Hemingway alla periferia est dell’Havana, il tassista ci parla di come a Cuba si viva nel passato. Gli stessi personaggi al potere dagli anni cinquanta, il sogno della rivoluzione diventato mantenimento del potere politico, la mancanza di una nuova generazione in grado di guidare il paese dopo l’imminente scomparsa della vecchia guardia.
In una libreria del centro fotografo il banco delle “novedades”: scritti di Fidel, una biografia di Lenin, un epistolario degli anni quaranta. Non è difficile dargli ragione.

Ma la gente, che fa?

Seduti nelle piazze, a passeggio senza fretta, chiacchierando per le strade, ma – apparentemente – non a lavorare.
Enzo, trasferito a Cuba dalla Toscana, dice che la gente è a spasso perché fondamentalmente non c’è economia. Anche avendo soldi, non c’è come spenderli: i cubani non possono acquistare una macchina o una casa, per dire.
L’economia – ci sia o non ci sia – è comunque a doppio binario: esistono due monete che viaggiano parallele, il CUC, parificato al dollaro, e la Moneda Nacional – il peso cubano – con cui i cubani vengono normalmente pagati.
Un medico o un insegnante ricevono circa 400 pesos cubani al mese, 20 dollari. Se vogliono andare a cena in un ristorante o comprarsi dei vestiti, devono pagare in CUC, diciamo 8 CUC per una cena economica o 5 CUC per una maglietta. Viceversa, l’affitto della casa, l’acqua e la bolletta della luce, non arrivano insieme a 5 CUC al mese, perchè si pagano in Moneda Nacional. Quello che succede è che, chi non ha entrate in CUC, è in condizioni di dignitosa sussistenza.
Conseguentemente la società si divide in “poveri mortali”, che vivono in moneda nacional, “chi se la passa bene”, avendo a che fare con i turisti e quindi ricevendo entrate in CUC e i “privilegiati”, funzionari governativi e rappresentanti dell’elite politica che, oltre a non avere problemi con i CUC, dispongono di libertà individuali – possibilità di viaggiare a piacimento, per esempio – inaccessibili agli altri.
Va da se che chi può ed ha inventiva, lasci l’impiego da medico o insegnante e vada a fare il tassista o il micro albergatore.

…. continua

Io parto…

Posted in Tiziana, viaggiare on 19 marzo, 2008 by Tiziana

Insomma, levo le tende, alzo le chiappe, abbasso il bandone, faccio il Baglioni… mettetela come vi pare ma per due settimane, qui, siamo chiusi per ferie.

E mica si può sempre lavorare!
Ciaaaooo